Sempre di più si sente parlare di stress lavorativo, ansia lavorativa e burnout..ma è una patologia?

Con questo termine l’ICD (manuale di classificazione dei disturbi) lo descrive come una sindrome derivante da stress cronico associato al contesto lavorativo in un ottica multifattoriale, inerente la condizione economica, familiare e personale, quindi in chiave bio-psico-sociale.
La sindrome del burn-out è caratterizzata da un rapido decadimento delle risorse psicofisiche e da un peggioramento delle prestazioni professionali.
Il burnout è il risultato di un processo lento, ma costante che si sviluppa nel tempo. All’inizio, nella casistica più comune il lavoratore si trova a mantenere con forte impegno le mansioni che gli vengono assegnate, sia per sudditanza/senso del dovere (non voglio deludere il mio capo) che per profitto (più produco e più guadagno). Tuttavia, il forte carico di lavoro associato a poche fasi di riposo può tradursi in un vero e proprio sfinimento psichico.
Nella maggior parte dei casi il burnout, si sviluppa in modo subdolo: spesso, chi ne soffre non se ne accorge e considera normali i primi campanelli d’allarme, come insonnia, cefalea, mal di stomaco, insofferenza per i turni e poca motivazione per lo svolgimento dell’attività lavorativa. Un segno caratteristico, ma non per forza determinante del burnout è che il lavoratore non riesce a recuperare a livello psicofisico nei normali tempi di riposo (fine settimana/vacanze).
Le manifestazioni della sindrome hanno una connotazione multifattoriale, ma tre caratteristiche sono quasi sempre presenti:
La prima caratteristica è una condizione di esaurimento a livelli emotivo, quindi inerente alle emozioni, che diventano sempre più o “appiattite” o “esagerate” in termini negativi.
La seconda caratteristica è l’isolamento o la necessità di isolarsi/scappare dal luogo di lavoro e anche dai colleghi di lavoro, mentre la terza caratteristica è una causa, ossia riduzione sostanziale e graduale delle performance lavorative.
La problematica principale di questa sindrome è che il forte disagio del lavoratore viene poi riversato sui rapporti umani e familiari, in quanto come gruppo primario viene investito dal problema.

Il lavoratore dimostra di non tollerare colleghi, clienti e superiori con insofferenza, atteggiamenti critici, aumento della conflittualità e altri comportamenti negativi dove ricordo, la manifestazione latente ma più pericolosa è l’isolamento, non dovuto a scelte consapevoli ma solo dall’esigenza di “scappare” dall’ambiente lavorativo.
In pratica considerando che 1/3 del nostro tempo lavoriamo si rischia di sprecarne un altro 1/3 dal momento che ci isoliamo, per non stare a contatto con “colleghi “ o persone che richiamano il nostro lavoro. PS (ne rimane l’ultimo 1/3 che è per dormire).
Alla luce di questo le figure professionali più a rischio di questa sindrome sono
Il burnout può condurre, inoltre, il soggetto ad un abuso di alcol, cibo, farmaci o sostanze psicoattive. Se non s’interviene, si possono verificare isolamento, autolesionismo e impoverimento della vita di relazione, disturbi d’ansia, crisi di panico e depressione.
Articolo scritto da PIERANGELO VALAPERTA
